Ci sono due categorie di domande che mi vengono rivolte durante le presentazioni dei miei libri.
La prima è appannaggio di chi non ha ancora letto il libro, la seconda ovviamente di chi l’ha letto già.
I primi solitamente chiedono informazioni su come si scrive un libro, su quanto tempo necessita questa operazione. Si complimentano sulla portata dell’impresa e immaginano quale incredibile soddisfazione possa suscitare il vedere fisicamente fra le mani il prodotto della propria immaginazione, del proprio lavoro.
I secondi non mancano mai di chiedere: “Ma… è autobiografico o pura fantasia?”. Come se questo facesse la ben che minima differenza.
I moderatori, o intervistatori che dir si voglia poi. Vogliamo parlarne?
Anche qua abbiamo due categorie. I servizievoli e i saccenti.
I servizievoli hanno come unico scopo quello di esaltare il genio creativo che stanno presentando. Conoscono a menadito il testo e non mancano di farlo sapere. Fanno domande su risvolti psicologici e drammaturgici della storia ai quali tu che scrivi non hai nemmeno lontanamente pensato. Traggono da un banale dialogo o da una mera descrizione finissimi concetti metafisici che fatichi a non dissacrare appena ti sono stati esposti. Tutto servilmente, allo scopo di farti apparire tuo malgrado un grandissimo, uno straordinario artista, di usarti come catapulta per la loro luce riflessa.
I saccenti invece non ti vedono nemmeno. Alcuni di loro non hanno nemmeno letto l’opera, non è importante per loro. Tu sei solo la scusa per avere un pubblico di persone che siano intellettualmente preparate a sorbire i loro sermoni.
Ma perché scrivere di questo?
Semplicemente perché è in occasioni come queste che mi diverto ad osservare da spettatore privilegiato l’animo umano. Mai come quando è in gioco il lato espressivo, emotivo le persone si palesano. Amo distinguere gli sguardi e capire il mondo che svelano.
Qualcuno ti guarda con invidia. Questo stronzo ha pubblicato e io no, eppure la mia storia e molto meglio di questa boiata.
Qualcuno con ammirazione. Cavoli che bravo, io non ce la farei mai.
Qualcuno con disillusione. Quindi scrivere e pubblicare è una cazzata? Se l’ha fatto lui!
Qualcuno con delusione. Io non troverò mai il coraggio.
Sono attimi, frazioni di secondi. Io sorrido, firmo, stringo mani e dentro di me sono altrove. Il mio corpo si conforma muovendosi a modo, parlando, sorridendo e rispondendo volentieri, ma la mia mente aleggiando sotto il soffitto guarda da un’altra prospettiva.
Ogni sguardo mi fa intuire chi ho davanti e un mondo si compone. Immagino come quest’anima mi vede, cosa pensa di me realmente e si delinea un canovaccio di pensieri. Una storia, un racconto potrebbe essere partorito se solo ce ne fosse il tempo. Tanti, tantissimi canovacci nel giro di qualche minuto e poi via. Non resta nulla. Una galassia di storie, di sistemi solari si dissolvono nella stanza.
Perché non mi riesce di fermare tutto questo? Perché la mia mente è sufficientemente grande da vedere ma non abbastanza da fissare?
Un abbraccio con i cari che si complimentano, una stretta di mano con l’intervistatore che gongola, un’occhiata al libraio che conta le copie vendute ed è tutto finito, dimenticato. Io stesso non me ne curo.
Poi, durante una doccia, il pensiero torna e ricorda.
Ecco il grande mistero, il grande miracolo, la grande potenza.
Tornare in un dato luogo e ricreare un mondo perduto ed irripetibile.